IL CROCIFISSO venerato in santa Rita
NOI SAREMO SIMILI A LUI, LO VEDREMO COME EGLI E' In questa domenica la Chiesa celebra la solennità di Tutti i Santi e il Vangelo ci consegna le Beatitudini, il ritratto più fedele del volto di Gesù. I santi non sono eroi lontani, ma uomini e donne che hanno preso sul serio queste parole: la povertà di cuore, la mitezza, la fame e sete di giustizia, la misericordia, la purezza dello sguardo, l’impegno per la pace. La loro gioia nasce dall’aver accolto il Regno di Dio nella vita di ogni giorno, anche nella prova. Le Beatitudini ci ricordano che la santità è una chiamata rivolta a tutti, una strada possibile per ciascuno di noi. settimana 2-7 novembre 2026 02 Lunedì * COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. La volontà del Padre è di non perdere nessuno e donare la vita eterna e risuscitare nell'ultimo giorno chi crede. 03 Martedì * San Martino de Porres. Da te, Signore, la mia lode nella grande assemblea. Tutti sono invitati al banchetto celeste, ma Dio ci chiede responsabilità di una risposta di fede. 04 Mercoledì * San Carlo Borromeo. Il Signore è mia luce e mia salvezza. L'amore per Cristo deve essere così grande che gli altri affetti devono sembrare scolorire. 05 Giovedì - Gioisca il cuore di chi cerca il Signore. In Cristo, la pecora perduta è ritrovata; la moneta smarrita è recuperata. Lui ci dona la speranza del cambiamento. 06 Venerdì - Andremo con gioia alla casa del Signore. Con un paragone ardito, Gesù ci invita a usare i beni con intelligenza per il vero futuro. ore 8.00 Santa Messa in onore del Sacro Cuore nel Primo Venerdì del mese. 07 Sabato - Beato l'uomo che teme il Signore. Cristo mostra l'incompatibilità tra la ricchezza e Dio. Ci si può innamorare della prosperità e dimenticare il Signore. ore 18 Santo Rosario meditato nel Primo Sabato del mese. SETTIMANA LITURGICA CALENDARIO MENSILE ↓ ↓ ↓
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La commemorazione di tutti i fedeli defunti segue immediatamente alla solennità di Tutti i Santi quasi formando un’unica celebrazione: infatti è sempre il mistero di Cristo che si celebra, della cui santità partecipano i santi del cielo e della terra, nella cui resurrezione vivono tutti i morti che hanno creduto in lui, del cui corpo siamo parte anche noi vivi, ancora pellegrini verso il regno. In questa universale comunione, la commemorazione di oggi non è una memoria triste, ma è la celebrazione pasquale di una circolazione di grazia che, alimentata dalla sorgente inesauribile dell’Amore che ha trionfato sulla morte, supera ogni barriera e unisce il cielo e la terra nella lode al Signore e nell’invocazione della sua misericordia, tenendo accesa la speranza nella vita senza fine per tutti.
La commemorazione dei defunti appare già nel IX secolo, in continuità con l’uso monastico più antico di consacrare un giorno alla preghiera per i defunti. Fu l’abate di Cluny, Odilone, a fissare la data al 2 novembre e istituire un ufficio liturgico proprio, per ricordare i fratelli della comunità che avevano già terminato il loro pellegrinaggio terreno. Grazie alla grande influenza dei monaci cluniacensi questa celebrazione si estese rapidamente fino a diventare prassi comune in tutta la Chiesa latina.

Martino, figlio naturale di un nobile cavaliere spagnolo appartenente all’ordine cavalleresco di Alcàntara, Giovanni de Porres, e di una liberta di origine africana, Anna Vasquez, nasce a Lima nel 1579. Iscritto nel libro dei battesimi come “figlio di padre ignoto”, fu educato cristianamente dalla madre che lo nutrì della sua evangelica povertà e della sua fede. Intorno agli otto anni, il padre lo riconobbe e lo condusse con sé in Ecuador perché avesse un’educazione adeguata; ma quando il padre fu nominato governatore di Panama, Martino fu ricondotto dalla madre a Lima, dove continuò i suoi studi e apprese il mestiere di “cerusico”, che includeva ampie conoscenze di farmacia e chirurgia. Esercitò la sua arte con grande abilità, nella stima e nell’ammirazione di tutti i malati che curava nel suo ambulatorio, tanto da diventare famoso in tutta Lima.
A quindici anni, già cerusico affermato, chiese di entrare come semplice fratello laico (“oblato”) tra i domenicani del convento della Madonna del Rosario, dove iniziò la sua nuova vita con grandissimo fervore, facendosi servo di tutti i bisogni dei fratelli e dedicandosi ai lavori più umili della casa: “frate Scopa” venne soprannominato. Ma Martino non usava solo la scopa. La sua cella a pianterreno, ben distinta dalle abitazioni dei frati, divenne il suo quartier generale, dove accorreva ogni genere di persone, dai poveri affamati agli ammalati, dagli ecclesiastici in cerca di consigli allo stesso viceré della città che lo aveva scelto come suo consigliere e gli elargiva consistenti aiuti per le opere di carità. Martino, senza averle programmate, si trovò a gestire: una mensa per i poveri, una scuola per ragazzi (la prima in America Latina per fanciulli poveri) e un ospedale.
Di fronte alle sue virtù e alla stima che godeva in tutti gli ambienti della città, i padri domenicani lo ammisero ai voti, sì che Martino, nonostante la sua riluttanza, il 2 giugno 1603 emise professione solenne come fratello cooperatore. Ma continuò a vivere come oblato, a servizio di tutti. Una febbre tifoide, a sessant’anni, lo portò alla tomba. Era il 3 novembre 1639.
Fu venerato subito da tutti come un santo, e tale solennemente proclamato nel 1962 da papa Giovanni XXIII.

E’ una delle figure più significative della riforma conciliare post-tridentina. Nasce ad Arona il 2 ottobre 1538 dall’illustre famiglia dei Borromeo, secondogenito e perciò destinato, secondo il costume del tempo, a intraprendere la carriera ecclesiastica. A 21 anni si laurea a Pavia “in utroque iure” ed è chiamato a Roma dallo zio, fratello della madre Margherita Medici, papa Pio IV, che lo associò a sé nel governo della Chiesa, nominandolo – come oggi si direbbe – segretario di Stato.
Inizia così la sua vertiginosa ascesa alle più alte cariche ecclesiastiche; nominato cardinale a 22 anni, diventa poi nel 1560 amministratore della vasta e ricchissima diocesi di Milano. Accanto allo zio, ebbe un’influenza determinante nella riapertura del Concilio di Trento e poi nella sua conclusione (1562-1563); sotto la sua spinta i decreti conciliari furono subito approvati dal papa e fu creata la Congregazione del Concilio per la loro applicazione nelle diocesi. Alla morte del fratello, divenendo, a 24 anni, erede legittimo del casato, si pensò, nella curia romana, che avrebbe abbandonato lo stato ecclesiastico.
La sua decisione di farsi ordinare sacerdote colse tutti di sorpresa. Carlo imboccò decisamente questa strada dopo un corso di esercizi spirituali fatti sotto la guida di un santo gesuita, il padre Ribera, durante i quali si convinse che Dio lo aveva portato a Roma proprio per condurlo alla scelta radicale di totale rinuncia al mondo, perché potesse servirlo con tutta la vita nei fratelli, secondo il modello di uomini esemplari del suo tempo, quali Gaetano da Thiene, Ignazio di Loyola e Filippo Neri. Il 7 dicembre 1564 fu consacrato vescovo e si preparò, secondo i dettami del Concilio, ad assumere direttamente il governo della sua vasta archidiocesi, dove si insediò nel 1565.A Milano si consacrò totalmente alla sua missione pastorale e attese con straordinaria energia all’opera della riforma, celebrando diversi concili provinciali e numerosi sinodi, visitando assiduamente la sua vasta diocesi, istituendo seminari per la formazione del clero, ripristinando la disciplina nelle famiglie religiose. Si oppose all’introduzione dell’inquisizione spagnola nella sua diocesi, patrocinata dal potente Filippo II, difendendo con fermezza i diritti e la libertà della Chiesa, e si rivelò, oltre che pastore infaticabile, anche un grande riformatore e organizzatore sia della vita ecclesiale che della vita civica. Così nella peste del 1576 organizzò l’assistenza nel lazzaretto pubblico e negli ospedali di emergenza, impegnando tutte le risorse della diocesi e vendendo il suo principato napoletano di Oria per soccorrere la miseria del momento.
In quest’ora di prova per i milanesi, l’arcivescovo fu l’unico punto di riferimento e di conforto. La peste fu superata e Milano riprese la sua vita normale; ma la vita del Borromeo era ormai minata dalle fatiche sopportate senza risparmio. Stava facendo gli esercizi spirituali nel suo santuario preferito, sul Sacro Monte di Varallo, quando fu colto da una febbre insistente; stremato di forze fu trasportato a Milano, dove morì il 3 novembre 1584. Aveva solo 46 anni.
Il 1° novembre 1610 Paolo V lo proclamava santo, additandolo come modello a tutti i pastori della Chiesa.

"A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato, si confesseranno, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario e mi faranno compagnia per quindici minuti meditando i misteri, con l'intenzione di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell'ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza". (La Vergine Maria a Lucia di Fatima)
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